La fauna di Roberto Petracco

Disegni di Claudia Stefanel

 

Uccelli

Mammiferi

Pesci

Anfibi

Rettili

 

Premessa

La progressiva scomparsa delle siepi, dei boschetti e delle rogge bordate di alberi che rendevano così viva la nostra campagna fino a non più di trent'anni fa, ha fatto sì che l'alveo del Tagliamento sia diventato un punto di riferimento fondamentale per la fauna selvatica, tanto che all'interno degli argini è ancora abbastanza facile incontrare specie ormai rare nel resto del territorio.

Una decina d'anni fa, l'ornitologo emiliano Mario Chiavetta, uno dei maggiori esperti italiani in tema di uccelli rapaci, di passaggio a Pordenone per una conferenza, rimase fortemente stupito del fatto che in Friuli avevamo ancora il gheppio in pianura. La presenza nelle nostre campagne di questo falchetto, relativamente comune anche oggi qui da noi, aveva colpito lo studioso, evidentemente abituato ad avere sotto gli occhi la vuota steppa cerealicola padana, a cui , purtroppo, la nostra pianura finì ben presto per assomigliare.

Bene, oggi il Tagliamento, nonostante le manomissioni molto pesanti che in tempi anche recenti lo hanno interessato, grazie alla propria insopprimibile vitalità è in grado di rappresentare nei confronti del restante territorio quello che all'epoca il Friuli rappresentava nei confronti della pianura padano-veneta: una specie di oasi appartata e più o meno felice.

Dunque il Tagliamento va considerato una sorta di santuario faunistico? Per certi versi possiamo ancora rispondere si.

Descrizione degli ambienti

Esaurita la premessa, prima di passare alla trattazione vera e propia degli aspetti faunistici tilaventini, è forse il caso di dare luogo ad una sia pure sommaria descrizione degli ambienti più o meno naturali, che caratterizzano questa porzione così particolare del nostro territorio.

Se procediamo dagli argini verso il centro del fiume incontriamo inanzi tutto le golene: al loro interno possiamo riconoscere ambienti costituiti da coltivi e ambienti, oggi marginali purtroppo, che comprendono prati semi-naturali, siepi, boschetti, macchie e lame d'acqua.
I primi sono spesso condotti secondo criteri sprezzanti di ogni preesistenza morfologica o vegetazionale, nonchè della particolare sensibilità dei luoghi, data nel caso specifico dai terreni fortemente permeabili e dal contatto spesso diretto con le acque di superficie; i secondi conservano ancora viva la memoria del paesaggio agrario tradizionale.
Lasciatici alle spalle le golene, ci addentriamo nel vero e proprio letto del fiume. Qui la fa da padrone l'ampio greto, percorso nelle stagioni favorevoli da un reticolo di vene d'acqua, e chiazzato qua e là di banchi sabbiosi colonizzati dalla vegetazione pioniera e isole ricoperte di macchia.


Gli uccelli

Le golene

Sono questi i luoghi che sopperiscono in primo luogo alle ormai rilevanti carenze ambientali che affliggono il resto della campagna. Grazie alla presenza ancora relativamente diffusa di macchie spinose, infatti, tra i piccoli uccelli possiamo ancora incontrare l'averla piccola (Lanius collurio), piccolo passeriforme in pericolo d'estinzione, noto per la sua grande aggressività che lo fa paragonare, anche per il becco adunco, ad un piccolo rapace. Normalmente insettivora, l'averla si nutre saltuariamente anche di piccoli mammiferi, nidiacei, rane e lucertole ed ha l'abitudine di infilzare le prede catturate in eccedenza sulle spine delle siepi, in modo tale da crearsi una riserva alimentare da cui attingere con tranquillità nei giorni di magra.

Dove le siepi si inframmezzano ad ampi spazi aperti, poi, non manca mai l'usignolo (Luscinia megarhyncos), mentre si possono ammirare, posati sui rami più alti e sporgenti dei cespugli, in tipica posa da cacciatori infallibili di insetti volanti, il saltimpalo (Saxicola torquata) ed il pigliamosche (Muscicapa striata). Sono presenti anche lo zigolo giallo (Emberiza citrinella) e lo strillozzo (Miliaria calandra), quest'ultimo, il cui nome ci fa capire che possiede delle caratteristiche canore «particolari», canta sempre da un posatoio ben visibile.
Nelle giornate più calde è invece facile riconoscere, proveniente non si saprà mai dove, l'inconfondibile verso del cuculo (Cuculus canorus), il parassita per eccellenza. A tale proposito è doveroso ricordare che, a parte le sue abitudini in fatto di occupazione di nidi altrui, il cuculo è un gran distruttore di insetti. E' quindi indubbia la sua utilità nei confronti delle coltivazioni e delle piante in genere. Un'altra frequentatrice delle macchie è la tortora selvatica (Streptopelia turtur), parente stretta, ma molto meno comune e senz'altro più discreta, della tortora dal collare orientale (Streptopelia decaocto); specie, quest'ultima, che nel corso di questo secolo ha subito un'espansione assolutamente esplosiva e non riscontrata storicamente in nessun altro uccello, ampliando il proprio areale dall'originaria Asia meridionale fino alle Isole Britanniche ed alla Scandinavia (in Italia il primo esemplare venne catturato alla fine degli anni quaranta nei pressi di Trieste). Senza troppe difficoltà si può osservare la spettacolare upupa (Upupa epops),
caratteristico insettivoro dal becco lungo e leggermente ricurvo, col quale sonda il terreno e le cortecce degli alberi alla ricerca non solo d'insetti ma anche di vermi e lumache, ben noto per la vistosa cresta di penne erigibili,la colorazione bianca e nera delle ali e per essere anche il simbolo della Lipu, la nota associazione per la protezione degli uccelli. Tra i piccoli uccelli più strettamente legati agli spazi aperti, ricordiamo l'allodola (Alauda arvensis) e la cappellaccia (Galerida cristata), entrambe nidificanti al suolo nelle distese prative e facilmente riconoscibili per la caratteristica piccola cresta erigibile.

Per restare agli uccelli dal piumaggio sgargiante, non si può non ricordare il rigogolo (Oriolus oriolus), frequentatore delle cime dei pioppi più alti, dal canto flautato e dallo splendido manto giallo e nero, ed il fluorescente martin pescatore (Alcedo attihis), un tempo comune lungo le rogge dalle acque allora limpide. Va comunque menzionato anche un lontano parente del nostro " martino" e cioè il gruccione (Merops apiaster), infatti la famiglia dei martin pescatori (gli Alcedinidi), appartiene assieme alla famiglia dei gruccioni (Meropidi) all'ordine dei Coraciformi, ricchissimo di specie negli ambienti tropicali. Questo uccello dalla colorazione "esotica" è stato segnalato più volte lungo il corso del fiume, non si hanno però dati certi su una sua presunta nidificazione.
Sempre nei pressi dei corsi d'acqua, presenze assolutamente certe, unitamente all'usignolo di fiume (Cettia cetti), sono quelle della ballerina bianca e gialla (Motacilla alba e M. cinerea) e della cutrettola (Motacilla flava), caratteristiche nel loro continuo agitare la lunga coda, e del pendolino (Remiz pendulinus).
Quest'ultimo, tipico abitatore delle boscaglie umide nei pressi di stagni e fiumi, è uno dei più abili fra gli uccelli nella costruzione del nido. La complessa opera, a forma di pera, dotata di un'unica entrata laterale a forma di tubo e fissata all'apice dei rami di pioppi e salici, viene iniziata dal maschio prima ancora di aver trovato una compagna; nel caso la sorte voglia che nessuna femmina ne sia attratta, il maschio, senza pensarci troppo su, l'abbandona e con incrollabile ottimismo ne comincia un'altra da qualche altra parte.

Nella macchia più fitta, dove il terreno ricoperto di foglie ed erbe secche ne favorisce la mimetizzazione, si può riscontrare invece la discreta presenza del crepuscolare succiacapre (Caprimulgus europaeus) : una sorta di rondone nottambulo specializzato nel divorare farfalle notturne, coleotteri ed altri insetti che cattura esclusivamente in volo. Sempre in questo ambiente possiamo trovare facilmente la capinera (Sylvia atricapilla) e la sterpazzola (Sylvia communis) due uccelli ancora piuttosto comuni nelle nostre campagne.

Dove ci sono gli alberi, naturalmente, non possono mancare i picchi. I più comuni fra essi sono il picchio verde (Picus viridis), vorace divoratore di formiche, che cattura infilando la lunga e appiccicosa lingua nei cuniculi dei formicai, ed il picchio rosso maggiore (Picoides major) che, più versatile in fatto di alimentazione, distrugge molti parassiti delle piante, come le larve di coleotteri che vivono nel legno e gli insetti che si annidano nelle cortecce. Loro stretto parente, per le modalità eseguite nel nutrirsi ed il modo di arrampicarsi sui tronchi, è il torcicollo (Jynx torquilla), dal piumaggio fortemente mimetico.

Tra i rapaci è relativamente facile imbattersi nel già citato gheppio (Falco tinninculus), il più noto ed il più comune tra i falchi nostrani. Conosciuto anche con il nome di topaiolo, si nutre infatti di piccoli roditori, lo si vede spesso sfarfallare immobile a mezz'aria durante la caccia, quando assume la tipica posa detta dello "spirito santo". Anche la poiana (Buteo buteo) è possibile vedere, mentre, compiendo dei cerchi nel cielo marca il suo territorio. Con un po' più di fortuna e di attenzione, però, si può anche assistere estasiati alle eleganti evoluzioni aeree dell'albanella reale (Circus cyaneus), da noi solo svernante, e dall'albanella minore (Circus pygargus), nidificante nei prati di risorgiva e nei magredi. Nei crepuscoli estivi, infine, è possibile ascoltare l'ormai raro e malinconico canto dell'assiolo (Otus scops), piccolo strigide migratore a forte rischio di estinzione a causa della scomparsa dei grossi insetti, sua principale fonte di alimentazione.

Il letto del fiume

Di tutti gli uccelli descritti finora, si può dire che siano legati all'ambiente golenale in modo non strettamente vincolante, infatti anche le isole fluviali, quando sono dotate di stabilità nel tempo e di un'adeguata copertura vegetale, possono rappresentare per essi un habitat non privo d'interesse e sicuramente meno soggetto a disturbo delle golene. Diverso è il discorso per altre specie di uccelli, che sono legati in modo praticamente esclusivo all'ambiente del greto e dei suoi immediati dintorni.
E' questo il caso della sterna comune o rondine di mare (Sterna hirundo), uccello acquatico dal profilo slanciato ed elegante, che vive lungo le coste e nelle acque interne, riproducendosi talvolta sui banchi di sabbia e ghiaia presenti lungo i grandi fiumi. Il Tagliamento è uno di questi, è infatti ben documentata la presenza di questo uccello in periodo riproduttivo lungo la sua asta fino all'altezza di Dignano. Il nido della sterna è difficilmente visibile essendo costituito da una modestissima cunetta nel terreno, tappezzata con un po' di erba, sterco ed eventualmente qualche conchiglia. Al contrario, sono ben visibili le sue evoluzioni aeree quando caccia i piccoli pesci di cui si nutre, unitamente a piccoli crostacei ed insetti acquatici, o quando attacca con furia l'incauto che si avvicini alla sua nidiata.

Anche il corriere piccolo (Charadrius dubius) nidifica nel greto. Il suo ambiente naturale di nidificazione è infatti rappresentato dalle rive sabbiose e ghiaiose con scarsa vegetazione presenti lungo i grandi fiumi e nei laghi, ma trattandosi di un uccello fortemente adattabile ai luoghi molto disturbati, è possibile riscontrarne la nidificazione anche nelle cave e nelle spianate dei cantieri. Il nido come quello della sterna, si trova tra la ghiaia o dove la sabbia è più grossolana e la sua reazione tipica, nel caso un visitatore inopportuno vi si avvicini, è quella di fingersi ferito, quindi facilmente predabile, e nel contempo allontanarsi dal luogo.
Le scarpate di sabbia compatta delle isole e delle rive, infine, offrono un sito ideale di nidificazione, spesso utilizzato per più anni di seguito, ad una piccola rondine dalle abitudini cavernicole e gregarie: il topino (Riparia riparia). Presenti in più punti nella zona di San Vito al Tagliamento, le colonie di nidificazione del topino costituiscono uno dei fenomeni faunistici più spettacolari della zona: decine di individui, rondini a tutti gli effetti, che sfarfallano a pelo d'acqua e, improvvisamente, scompaiono all'interno di piccole caverne, scavate orizzontalmente nella sabbia e lunghe fino ad un metro, alla cui estremità si trovano i piccoli in attesa del cibo. Per non parlare poi di quando questi ultimi, poco prima dell'involo, stanno affacciati sull'apertura delle gallerie dove attendono l'imbeccata dai genitori, i quali , in tali frangenti, sono spesso costretti ad esibirsi in acrobatiche evoluzioni aeree.
Non nidificanti ma comunque presenti durante tutto l'anno sono la garzetta (Egretta garzetta) e l'airone cenerino (Ardea cinerea) che si possono osservare mentre pescano con il loro lungo becco piccoli pesci o insetti acquatici nelle acque basse del fiume. Questi splendidi aironi sono ormai una presenza costante, tanto che con il loro vagabondare tra il greto del Tagliamento e la campagna circostante, è diventato piuttosto facile incontrarli. In questi ultimi anni anche l'airone bianco maggiore (Egretta alba), che giunge qui da noi durante l'inverno, sembra sia sempre più comune.

A questo punto un'ultima nota, giusto per confermare una volta di più, e in un'ottica più ampia di quella strettamente locale, l'importante ruolo che il nostro fiume ricopre per la fauna tutta, anche di ambienti assai lontani.
Nel corso del freddo inverno 1984-85, undici splendidi esemplari di cigno selvatico (Cygnus cygnus)- da non confondersi col bel noto cigno reale (Cygnus olor) diffuso attualmente anche allo stato semiselvatico in quasi tutta l'Europa-, una specie che vive abitualmente nelle vaste paludi della taiga, nei laghi e negli acquitrini della tundra e nei delta dei grandi fiumi artici, e la cui presenza non era mai stata segnalata in questo territorio, scelsero proprio il nostro tratto di fiume per attendere l'arrivo di tempi migliori. Per un mese e mezzo pernottarono nelle macchie del greto, mentre di giorno si spostavano a cercare cibo tra le stoppie dei campi di Camino al Tagliamento, la cui aratura venne ritardata appositamente per loro.


I mammiferi

Per quanto riguarda i mammiferi oltre alla lepre parleremo solo dei pochi carnivori sicuramente presenti nella zona: la volpe, la faina, la donnola ed il tasso; specie la cui attività predatoria è fondamentale per garantire l'equilibrio ecologico del territorio.
Due parole sulla lepre (Lepus europaeus): è un tipico abitante delle campagne e degli spazi aperti, quindi perchè mai lo inseriamo in un ambiente fluviale? E' presto detto, purtroppo gli ultimi ambienti che offrono un habitat ideale per la lepre, come spiegavamo nella premessa iniziale, si trovano tra gli argini o nelle immediate vicinanze del Tagliamento dove appunto sono ancora presenti tratti di paesaggio agrario tradizionale. Qui la si trova certamente più numerosa che non nel resto delle nostre campagne sottoposte a regimi di monoculture intensive.

La volpe rossa (Vulpe vulpes), ormai estinta nell'intera pianura padano-veneta, è per fortuna ancora presente in quella friulana. In particolare gli ampi letti dei nostri fiumi, relativamente più tranquilli del restante territorio agricolo, ne ospitano ancora un discreto numero (la densità di occupazione del territorio di questa specie è stimata tra una e due volpi per kmq, a seconda della disponibilità di cibo).
Parlando della volpe non si può omettere un cenno sulle sue abitudini alimentari. Ebbene tutte le analisi condotte seriamente confermano che questo canide non è assolutamente un maniaco predatore dei pollai e della preziosa selvaggina: essa semplicemente, come tutti gli animali dotati per loro sorte di una grande adattabilità ai più diversi ambienti, "mangia ciò che è più facile reperire in ogni dato momento in ogni ambiente", dalle bacche selvatiche, ai ratti, alle carogne di animali, fino ai rifiuti, ormai così comuni ovunque nel nostro Paese. In sostanza la volpe non solo non può essere accusata, se non sulla base di mitiche convinzioni, di distruggere indiscriminatamente animali utili all'uomo, ma le va riconosciuta una fondamentale opera di polizia sanitaria. Per quanto riguarda poi la rabbia silvestre, di cui la volpe è un mezzo di diffusione, considerato che il suo abbattimento indiscriminato (e remunerato dagli enti pubblici) non ha finora dato luogo ad alcun risultato apprezzabile, si auspica da più parti un ricorso a metodi più civili di controllo della diffusione del male, quale, per esempio, la vaccinazione diffusa degli animali selvatici a rischio, già praticata in altri paesi europei.

La faina (Martes foina) è un altro carnivoro accusato di stragi inenarrabili di animali domestici: in realtà è anch'essa soprattutto una fenomenale distruttrice di roditori ai quali, nei mesi freddi, sostituisce una dieta sostanzialmente vegetariana. Quindi anche nel suo caso, i debiti ed i crediti nei confronti dell'uomo si equivalgono, quando non sono i secondi a prevalere.
La donnola (Mustela nivalis), poi, può essere paragonata ad una piccola ma efficacissima macchina da guerra. Le sue prede abituali sono i topi ed i ratti, che perseguita fino all'interno delle tane, dove talvolta si insedia dopo essersi mangiata il padrone di casa, ed in misura minore i nidiacei, che cattura arrampicandosi su alberi e cespugli. Alle indubbie capacità tecniche va aggiunto il fatto che, a causa della sua figura allungata, la donnola ha una superficie corporea molto estesa in rapporto al peso e disperde così molto calore nell'ambiente circostante: per compensare tale perdita di preziosa energia, essa deve quindi nutrirsi con grandissima frequenza e, di conseguenza, cacciare in continuazione.
Il tasso (Meles meles) è anch'esso uno spazzino delle campagne; infatti è spiccatamente onnivoro e , come la volpe, si nutre di tutto ciò che trova o cattura: lombrichi, coleotteri, piccoli roditori, piccoli animali malati, carogne, radici, frutta e altri vegetali. E' un animale difficilissimo da osservare perche è attivo solo di notte, quando, seguendo per lo più dei percorsi abituali, vaga lentamente alla ricerca di cibo. Molto caratteristiche sono le tane, i cui cunicoli si estendono alle volte per più di cento metri, che questo mustelide scava servendosi delle lunghe e forti unghie di cui sono dotate le sue zampe anteriori.


I pesci

Prima di addentrarci nella descrizione delle specie ittiche presenti lungo il corso del Tagliamento, suddividiamo il fiume in diverse zone secondo le caratteristiche fisiche che esso presenta, e vale a dire: pendenza, ossigenazione delle acque, temperatura, presenza o meno di vegetazione. Tutto questo per comprendere meglio la distribuzione di alcuni pesci nei vari tratti del fiume, essendo proprio questi parametri a determinare un certo tipo di popolamento ittico in un determinato ambiente. Fu l’ittiologo belga M. Huet nel 1949, a proporre uno schema di classificazione che utilizzava tali parametri che erano poi associati ad una specie guida che caratterizzava il tipo di popolamento ittico. Questo suo schema, chiamato anche “regola delle pendenze”, è così definito: in una regione determinata, acque correnti aventi larghezza, profondità e pendenza equivalenti presentano analoghe caratteristiche di ambiente e di popolamenti ittici.

Possiamo così suddividere il fiume in 5 “zone” ognuna con la sua specie guida:

Zona a trota.
Acque di montagna, fredde, a regime torrentizio con corrente rapida, ben ossigenate grazie alla turbolenza e su fondale roccioso o ciottoloso. La vegetazione è scarsa o addirittura assente.

Zona a temolo.
Acque di fondovalle, con corrente meno veloce, ossigenate e su fondale ghiaioso. E’ presente una vegetazione sommersa e sulle rive fanno la loro comparsa boschetti di salici, pioppi e ontani.

Zona a barbo.
Acque collinari e dell’alta pianura, dove il corso si fa più ampio e la corrente, in base alla minor pendenza, diventa sempre più lenta. L’ossigenazione è ancora buona, il fondale è ghiaioso-sabbioso con banchi di limo, mentre la vegetazione acquatica è ben presente con canne e tife.

Zona a carpa.
Acque di pianura, con corrente lenta, calde (specialmente d’estate) e povere d’ossigeno. Il fondale si fa via via sempre più limoso e la vegetazione, sia quella ripariale sia acquatica, sempre più densa.

Zona a passera.
Qui il fiume sfocia nel mare, l’acqua diventa salmastra (a causa dell’effetto delle maree marine che spingono l’acqua salata contro corrente) ed ha una temperatura più alta. Il fondale è fangoso-limoso.

 

Incominciamo quindi con la Trota fario (Salmo trutta trutta), che è la tipica trota delle acque di montagna con la caratteristica livrea a punti neri e bollini rossi sul dorso e sui fianchi. Raggiunge come dimensioni massime i 50 cm in condizioni ambientali favorevoli, nei corsi ampi e ricchi d’alimento, mentre nei torrenti montani, dove le acque sono più fredde e povere d’elementi nutritivi, la sua dimensione è più piccola (20-25 cm). In regione è la specie ittica più diffusa grazie alle sue massicce immissioni.Salmo trutta marmoratusUn'altra trota presente nel Tagliamento è la Trota mormorata (Salmo trutta marmoratus), che al contrario della sua “cugina fario” vive nelle acque di fondo valle, tra la cosiddetta zona a Temolo e la zona a Barbo. E’ di colore grigio scuro sul dorso e sui fianchi sono presenti delle macchie grigio-nerastre che le danno appunto un aspetto marmoreggiato. La sua presenza è oggi messa in crisi dalle immissioni artificiali di Trota fario con cui entra in competizione ed anche s’ibrida. Assieme alla trota possiamo incontrare un piccolo pesce che curiosamente è un po’ preda e predatore della trota stessa. Si tratta infatti dello Scazzone (Cottus gobio), il quale è preda della trote adulte, ma predatore delle loro uova e larve. E’ un pesce piuttosto piccolo, raggiunge una dimensione massima di 15-18 cm, ha un capo grosso rispetto al corpo e predilige le acque fresche e ossigenate. La Sanguinerola (Phoxinus phoxinus), pesce gregario di piccole dimensioni (12 cm) che in genere sosta lungo le rive, vive in acque fresche e ossigenate ed è presente sia nel tratto montano sia nelle acque di risorgiva.

Il Temolo (Thymallus thymallus), pesce dalla caratteristica pinna dorsale molto sviluppata, vive in acque veloci ed ossigenate ma non turbolente su fondali ghiaiosi, lo troviamo, infatti, tra la zona a Trota e la zona a Barbo. Raggiunge i 50 cm di lunghezza ed è molto sensibile all’inquinamento, la sua presenza indica appunto acque pulite. E’ un pesce gregario che vive in branchi spostandosi alla ricerca di cibo lungo il fiume. La sua alimentazione è costituita da larve d’insetti, piccoli crostacei e vermi. Il suo nome latino deriva dall’odore di timo che hanno le sue carni.Thymallus thymallus Seguendo la “zonazzione” dopo il temolo troviamo il Barbo (Barbus barbus plebejus). Possiede un corpo slanciato, un muso allungato e una bocca con quattro barbigli ai lati che hanno funzioni sensoriali, permettendogli di sostituire in parte la vista nella ricerca del cibo sul fondo del fiume, la sua colorazione è bruno-verdastra sul dorso, giallo-dorato o bronzea sui fianchi, mentre il ventre è chiaro. Il Barbo è un pesce onnivoro, legato ai fondali dei corsi d’acqua che esplora “grufolando” grazie ai suoi barbigli alla ricerca di piccoli invertebrati e detriti.
Il Cavedano (Leuciscus cephalus) è un pesce piuttosto rustico che riesce a tollerare ambienti inquinati, ad essere presente sia nel corso pedemontano del Tagliamento che alla foce, ai limiti delle acque salmastre. E’, infatti, una specie euriterma, in grado quindi di sopportare notevoli variazioni di temperatura (nel suo caso dai 6° ai 22° C).
La Lasca (Chondrostoma genei) è un piccolo pesce di colore argenteo che non supera i 20 cm di lunghezza e vive in acque correnti. La sua caratteristica è di avere una bocca circondata da labbra cornee taglienti che usa per strappare vegetali dal fondo. Queste labbra conferiscono al muso del pesce l’aspetto di un “naso”.
Non poteva mancare nel nostro fiume l’Anguilla (Anguilla anguilla), pesce dal corpo serpentiforme, che per riprodursi migra in mare per deporre le uova nel Mar dei Sargassi.

Quando il corso del fiume si fa più lento e sinuoso e i fondali incominciano ad essere prima sabbiosi e poi limosi, le acque più calde e povere d’ossigeno, possiamo trovare la Carpa (Cyprinius carpio). E’ un pesce che può superare il metro di lunghezza dal corpo tozzo, compresso lateralmente, con quattro barbigli di cui due più lunghi, la sua colorazione è bruno-olivastra con i fianchi giallo-dorati. La sua origine è asiatica ed è stata importata nelle nostre acque già in epoca romana. In questo tratto di fiume compare anche la Tinca (Tinca tinca), pesce di fondo che vive in acque tranquille, il quale, con il sopraggiungere dell’inverno sprofonda nel fango in uno stato d’inattività, la Scardola (Scardinius erythrophtalmus) dalle caratteristiche pinne rossicce, che raggiunge i 35 cm di lunghezza, l’Alborella (Alburnum alburnum alborella) piccolo pesce gregario che possiamo facilmente osservare mentre si sposta in sciami, lungo 10-12 cm che si nutre di plancton e piccoli insetti. Il pesce predatore per eccellenza è il Luccio (Esox lucius), il quale grazie alla sua struttura corporea (lungo anche più di un metro, snello, mascelle prominenti e armate di circa 700 denti acuminati), caccia le sue prede rimanendo fermo all’agguato per poi catturarle con uno scatto fulmineo, rinunciando agli inseguimenti che gli sono meno congeniali. Tra le sue prede possiamo trovare pesci, anfibi, piccoli mammiferi e piccoli uccelli acquatici.

Per concludere segnaliamo alcuni pesci che vivono in mare o nelle acque salmastre, ma che in determinati periodi dell’anno, risalgono il fiume per riprodursi. Queste specie sono chiamate “pesci di rimonta”.

La Passera (Platichthys flesus luscus), tipico pesce piatto, simile alla sogliola, si appoggia, infatti, sul fondale con il fianco sinistro ed i suoi occhi sono tutti e due sul fianco destro, risale il fiume d’estate per un breve tratto, mentre la Cheppia (Alosa fallax), simile ad un’aringa, lunga fino a 40-50 cm, di color verde-azzurro sul dorso e argentata nei fianchi e sul ventre, che possiamo riconoscere grazie ad una serie di macchie nere da 1-8 poste sulla parte anteriore dei fianchi, risale il Tagliamento in primavera per riprodursi. Anche la rara Lampreda di Mare dal corpo anguilliforme (Petromyzon marinus) che può raggiungere il metro di lunghezza, risale il fiume per riprodursi. Quest’animale è una specie parassita che grazie alla sua bocca circolare a ventosa, si attacca al corpo dei pesci e dopo averne perforato i tessuti attraverso la sua lingua dentata, ne succhia il sangue. Talvolta si attacca alle barche o a pezzi di legno galleggianti. Sono ormai diventati una rarità gli storioni, pesci dal corpo fusiforme ricoperto in parte da placche ossee, che risalivano il Tagliamento in cerca di zone adatte alla loro riproduzione (fondali ghiaiosi, acque profonde e di buona portata). Le specie segnalate sono due, la Storione comune (Acipenser sturio) lungo fino a 3 metri per un peso di 120 kg e lo Storione cobice (Acipenser naccarii), più piccolo, supera di poco il metro di lunghezza. Infine i tipici pesci delle nostre acque costiere il Cefalo (Mugil cephalus) e la Spigola (Dicentrarchus labrax) facili da trovare presso la foce del fiume ed in acqua salmastra alla ricerca di cibo.


Gli anfibi

Dove la vegetazione si presenta rigogliosa e la corrente è debole, oppure nelle pozze d’acqua stagnante create dal divagare del fiume nei periodi di piena, possiamo incontrare alcune specie di anfibi. Questo, infatti è il loro habitat ideale in quanto l’assenza di forti acque correnti è un buon presupposto per garantire il loro ciclo vitale.
Non dobbiamo dimenticare tra l’altro che il ruolo ecologico di queste creature è importantissimo in quanto loro stesse sono un alimento base per diverse specie di uccelli e mammiferi.

Tra gli anfibi che vivono in questo habitat, possiamo citare il Tritone crestato (Triturus cristatus) ed il Tritone punteggiato (Triturus vulgaris), entrambi appartenenti all’ordine degli Urodeli (per intenderci, gli anfibi con coda).
Il Tritone crestato, più grande del punteggiato, deve il suo nome alla presenza sul dorso dei maschi adulti, di una cresta lunga, alta e dentellata. Il suo colore è scuro-bluastro con il ventre giallo-arancione.
Il Tritone punteggiato è invece di colore beige-brunastro e di ridotte dimensioni. Entrambi si nutrono di piccoli invertebrati, uova e larve di altri anfibi (girini) e possono trascorrere parte della loro vita lontano dall’acqua, rifugiandosi in ambienti umidi tra muschi, sassi e ceppi marcescenti.

Appartengono invece all’ordine degli Anuri (anfibi privi di coda), il Rospo comune (Bufo bufo), il Rospo smeraldino (Bufo viridis), l’Ululone dal ventre giallo (Bombina variegata), la Raganella (Hyla arborea), la Rana verde (Rana esculenta), la Rana agile (Rana dalmatina) e la Rana di Lataste (Rana latastei), tutti presenti lungo il fiume.
I rospi, di abitudini notturne, la raganella e le rane rosse (Rana agile e Rana di Lataste), così chiamate per la loro colorazione tendente al rosso-brunastro, si avvicinano alle acque solo durante il periodo riproduttivo, al contrario della Rana verde, inconfondibile grazie anche al suo canto durante l’estate e la tarda primavera, amante del sole e molto acquatica.

Degna di attenzione è la presenza lungo il Tagliamento della Rana di Lataste (Rana latastei), una specie endemica (cioè con areale di distribuzione limitato) dell’Italia del nord e della Svizzera meridionale, purtroppo in declino.
E’ una rana che frequenta i boschi di pianura, oggi quasi scomparsi, e collina fino ad 800 m di altitudine e che grazie agli ambienti naturali ancora presenti lungo il fiume riesce a sopravvivere.

 


I rettili

Il greto del fiume offre rifugio a numerosi rettili, i quali trovano qui, grazie alla presenza di banchi di ghiaia e sabbia, vegetazione pioniera, zone cespugliose e non da ultimo l’acqua, un habitat ideale.
E’ molto facile, infatti, imbattersi nella fugace presenza del Ramarro (Lacerta viridis), una grande lucertola (appartiene all’ordine dei Sauri ) di colore verde, che può superare i 40 cm come lunghezza massima. Velocissimo, è in grado di nuotare e di arrampicarsi su alberi ed arbusti.
La sua livrea negli adulti è quasi completamente verde con una sottile striatura nera sul dorso e con il ventre giallastro. Durante il periodo degli accoppiamenti riusciremo facilmente a distinguerne il sesso grazie al colore azzurro vivo che assume la gola dei maschi in amore.
Assieme al Ramarro, appartenente all’ordine dei Sauri, è presente pure la comune Lucertola muraiola (Podarcis muralis).

Sono 5 le specie che appartengono all’ordine dei serpenti segnalate in questo ambiente e tutte della famiglia dei Colubridi.

Predatrici di anfibi e piccoli pesci sono la Biscia dal collare (Natrix natrix), così chiamata per la presenza di un collare bianco-giallastro situato dietro la testa e la Natrice tassellata (Natrix tassellata).
Si tratta di due serpenti particolarmente abili nel nuotare e nel “pescare” le loro prede anche in acque correnti piuttosto forti.

Comune è la presenza del Biacco (Coluber viridiflavus) chiamato localmente “carbon” per la sua tipica colorazione nera, appunto come il carbone; agile serpente lungo fino a 2 m, molto aggressivo, in grado perfino di predare altri serpenti tra cui la vipera della quale è immune al suo veleno.
Nelle zone marginali tra boscaglie e cespugli, incontriamo il Saettone (Elaphe longissima), lungo anch’esso fino a 2 m, con colore di fondo beige-verdastro e ventre giallastro. E’ un serpente abile nell’arrampicarsi tra gli alberi ed arbusti dove riesce a predare uova e piccoli uccelli.

Tra le pietre, in ambienti piuttosto secchi e aperti vive invece il Colubro liscio (Coronella austriaca), piccolo serpente dalla forma un po’ tozza che raggiunge il metro come lunghezza massima e che possiede una caratteristica macchia scura sulla nuca. Uccide le proprie prede (piccoli rettili, topi, uccelli e nidiacei) per costrizione, come fanno del resto anche il Biacco ed il Saettone.


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